CON GRIDA SILENZIOSE

Negli ultimi tempi le figure in ceramica di Mariano Fuga si sono slegate totalmente dalle forme architettoniche - i teatri che le racchiudevano o i mattoni e gli scivoli e quant’altro le sostenevano in mondi separati - per impegnarsi da sole ad occupare lo spazio vuoto e difficile del mondo reale. Bocche spalancate e capelli ancora mossi dal vento che le ha portate sulla terra denunciano la meraviglia o lo sgomento di creature scultoree isolate in esercizi statici e gesti primari.
E’ piuttosto inconsueto che un ceramista abbandoni il riferimento al mondo inanimato degli oggetti per affrontare un campo, quello della scultura a tutto tondo con figure umane, che è proprio, per restare nell’ambito di materiali prossimi, della terracotta monocroma o del gesso. Il recupero di forme plastiche realistiche non avviene peraltro lungo la tradizione di un Fontana o di un Leoncillo, ma guarda, almeno dal lato iconografico, alla pittura, con suggestioni che vanno dal realismo magico alla nuova figurazione inglese.
Gestualità in bilico tra infanzia e sessualità, ma rarefatte e rese essenziali come attraverso il ricordo, fanno pensare ai lavori di Paula Rego e a certe figure ambigue di adulti e ragazzi di Balthus, che si cimentano in seri esercizi con palle e corde o si impegnano in faticosi movimenti giocosi ed assurdi, in lotta con luoghi quotidiani. Il lato ambiguo delle cose sembra interessare effettivamente molto a Mariano Fuga, dal momento che i suoi personaggi, nati come bambini che giocano nelle figure realizzate per i tradizionali fischietti, si trasformano nelle sculture di grandi dimensioni in uomini e donne dai volti deformati in senso espressionista ed asessuati, come maschere urlanti e stravolte del loro stesso manifestarsi.
Ed è forse questo stupore a muovere le figure con gesti forti, a volte quasi sguaiati e gridati, come se volessero fisicamente misurare lo spazio, acquistare saldezza sulla terra ed occupare un angolo nel mondo. I personaggi sono vestiti e acconciati in modo essenziale e senza tempo, tanto che alcuni di loro sembrano emergere da epoche remote, vestiti di tuniche arcaiche e acconciati come cantori. Trattengono o porgono oggetti, sfere, specchi, pergamene e barre dorate, non si sa se per gioco o per usanze antiche o magiche: il loro agire oscilla tra l’atteggiamento dell’offerente e quello dello scopritore, del rinvenitore affaticato di cose, di modo che allusioni al lavoro o al festeggiamento sembrano avere un’aura sacra o in ogni modo di ritualità. Urlano e piangono e ridono con una meraviglia di fondo. Siedono compostamente a mostrare ed osservare forme in grembo che sembrano oggetti metafisici, ma le loro bocche si aprono a sussurrare qualcosa. Le forme, decisamente plastiche, hanno acquistato una tridimensionalità ribadita dalla estrema semplificazione coloristica e dall’abolizione di particolari, anche anatomicamente sostanziali, come gli occhi o i piedi. Sembrano vicine al fumetto e forse al disegno animato, ma anche alla scultura antichissima delle statuette cicladiche e ai rilievi con bestiari dell’epoca romanica: d’altra parte la loro iconografia è senza tempo e nelle diverse epoche spazia con riferimenti agli arcaici, ma universali, riti dell’offerta, della gara e della lotta, della danza e del gioco.

PIA FERRARI